Micromanagement all’Europea

C’è un modo di dire che viene utilizzato spesso in molti eventi organizzati da industrie o associazioni di categoria: “Gli Stati Uniti innovano, la Cina replica e l’Europa legifera”.  

Questa provocazione viene spesso minimizzata dagli addetti ai lavori dell’ Unione Europea, i quali si affrettano a giustificarla dicendo che, essendo i primi a legiferare in un campo, l’Europa diventerà un punto di riferimento globale. Secondo chi scrive questo articolo, la verità è che in molte occasioni questi addetti ai lavori europei sono lontani anni luce dalle diverse realtà industriali, economiche e sociali presenti sul territorio europeo.  

L’Unione Europea è entrata in un brutto circolo vizioso: quello del micromanagement burocratico.

Il contesto normativo europeo continua ad evolversi in maniera sempre più rigida e questo rappresenta una minaccia per lo sviluppo della nostra economia e per la produttività delle industrie. L’esempio più lampante è quello della transizione all’auto elettrica. Questo dogma è stato imposto senza un apparente piano di sviluppo industriale europeo (basta guardare quali sono le compagnie che vendono più auto elettriche nel mondo – USA e Cina ), e si basa su un prodotto per il quale saremo dipendenti a vita da paesi terzi, soprattutto dalla Cina, come afferma il New York Times. Inoltre, questa transizione esclude qualsiasi altro tipo di soluzione alternativa, quali potrebbero essere, per esempio, i biocarburanti. 

Alla rigidità delle nuove regolamentazioni si aggiunge anche un’altra caratteristica: la rapidità d’esecuzione. La Commissione Europea continua a “sfornare” nuove proposte, uniche nel loro genere, come quelle relative all’Intelligenza Artificiale, la Cybersicurezza e il Data Act; tematiche, queste, che purtropppo vengono trattate con altrettanta fretta anche dal Parlamento Europeo e dal Consiglio.

Ma la fretta è cattiva consigliera e rischia, in molte occasioni, di giocare brutti scherzi. Ne è un esempio il Data Act, dove la proposta inviata dalla Commissione Europea ai co-legislatori sottovalutava l’impatto sulla protezione dei segreti commerciali e gli effetti sulla competitività industriale europea (come evidenziato da questo studio).  

Un altro elemento che viene ampiamente sottovalutato dai legislatori europei riguarda gli obblighi di rendicontazione per le aziende che sono inclusi in queste nuove proposte. L’esempio più chiaro è quello dell’European Sustainability Reporting Standard (ESRS).ESRS contiene requisiti molto dettagliati per la rendicontazione aziendale su una serie di questioni sociali, ambientali e di governance, che vanno ad  aggiornare e rafforzare la precedente Direttiva sulla rendicontazione non finanziaria. Si stima che dal 2026, ci saranno 50000 aziende (cioè ogni azienda che ha da 251 dipendenti in su) che dovranno conoscere ogni minimo dettaglio della loro catena del valore e dedicarsi a un sistema di rendicontazione che si basa su oltre 1400 punti.  

Purtroppo, questo è solo uno degli esempi in cui viene richiesta un’ampia documentazione alle aziende per dimostrare la conformità con le nuove regolamentazioni, e che divora risorse aziendali che potrebbero essere impiegate in lavori produttivi, servizi, nell’innovazione e nella crescita.  

La soluzione più ovvia al problema sarebbe porre fine a questo micromanagement burocratico. L’UE deve ridurre la rigidità e rapidità con la quale vengono sviluppate nuove proposte legislative, così da svilupparle in maniera adeguata ed evitare autogoal (come nel caso del Data Act).

L’UE deve guardare e puntare all’eccellenza industriale europea, che resta viva nonostante le richieste sempre più rigide e limitanti. 

Insomma, bisogna arrivare a parlare di un Europa che innova e poi legifera , e non viceversa.  

VB

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