Riflessioni sull’invasione Russa in Ucraina

I tragici eventi seguiti all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ci obbligano alle seguenti riflessioni:

1. Condanniamo il comportamento grave, sproporzionato e inaccettabile della Russia. Auspichiamo il cessate il fuoco immediato, accompagnato dal ritiro delle forze militari russe presenti in Ucraina.

2. Riteniamo necessario evitare qualsiasi azione, non strettamente necessaria, che possa portare ad un conflitto aperto con la Russia. L’obiettivo, seppur difficile, deve essere quello della pace.

3. I confini e la sovranità dell’Ucraina devono essere garantiti così come la sua libertà di azione nel consesso internazionale. Sarà poi compito degli Stati europei e dell’Ue decidere la natura dei rapporti con Kiev;

4. Una volta terminato l’attacco, rispristinata la pace e la sicurezza, bisognerà tornare a negoziare con la Russia evitando il ritorno della logica da Guerra Fredda. Siamo consapevoli che vi sono importanti legami storici, culturali, economici e geopolitici. che non possono essere sottovalutati nel XXI secolo, tra noi e il popolo russo.

5. L’Ue deve continuare, con maggiore decisione, sulla strada di una difesa comune indipendente in grado di servire esclusivamente gli interessi dei suoi popoli.

6. Serve una politica energetica europea libera dall’ ideologia ambientalista/progressista, in grado di promuovere la differenziazione delle fonti energetiche e il loro approvvigionamento insieme alla sostenibilità del comparto economico/industriale europeo;

7. Bisogna abbandonare la retorica globalista e pacifista che vuole un’Europa disarmata, senza una chiara identità da promuovere e da difendere, incapace di essere autonoma e succube del politicamente corretto.

PER SALVARE L’UE BISOGNA SCONFIGGERE GLI “EUROPEISTI”

Negli ultimi anni il processo di integrazione europea ha attraversato una fase di grande difficoltà e incertezza. Tale situazione è principalmente il prodotto di tre fattori:

1. la mancata valorizzazione di una comune matrice spirituale, valoriale e identitaria;

2. il primato della sfera economica su quella politica;

3. la volontà di imporre una ideologia che si autodefinisce “europeista”.

1. L’Europa è prima di tutto una civiltà. Se vogliamo tenere uniti i popoli che la compongono dobbiamo valorizzare le sue comuni radici Ellenistiche, Romane e Cristiane. Solo la riscoperta di una comune identità potrà rafforzare la consapevolezza degli Europei di avere un destino comune e spingerli ad essere solidali gli uni con gli altri. Purtroppo l’Unione europea sembra aver dimenticato le proprie radici, in particolare quelle cristiane, tradendo in questo modo lo spirito dei suoi padri fondatori.

2. Attualmente il paradigma dominante nell’Ue è quello del mercato. Se si vuole dare nuova linfa al “sogno europeo” è fondamentale ripristinare il primato della politica sull’economia attraverso il superamento dei parametri di Maastricht e l’abbandono delle politiche di austerità.  È necessario incrementare solidarietà e cooperazione effettive attraverso strumenti monetari e fiscali innovativi volti al perseguimento del benessere dei cittadini. Serve difendere l’economia reale contro l’economia fondata sulla finanza. Realizzare un’autentica economia sociale di mercato, incentrata sul “capitale umano”, sulla tutela delle tecniche di lavoro tradizionali e la valorizzazione delle specificità dei territori e dei prodotti tipici. Bisogna promuovere alti standard sociali e ambientali (senza inseguire obiettivi irrealistici come il “Green deal”) valorizzando il ruolo dell’imprenditore che investe e produce e contrastando chi specula e ricerca solamente il profitto fine a sé stesso.  

3. L’ideologia “Europeista”, che guida le iniziative promosse delle istituzioni comuni dell’Ue, promuove una visione della società nella quale domina l’individualismo, l’idea positiva della globalizzazione, l’ideologia dei diritti dell’uomo e l’ossessione per la crescita economica. Gli “Europeisti”, in nome del multiculturalismo e del politicamente corretto, stanno rinnegando i nostri usi e costumi. Il risultato di tale approccio ideologico è il disorientamento e la conseguente disaffezione dei cittadini i quali sempre di più sono perplessi dal percorso intrapreso dall’integrazione europea e non si riconoscono nelle sue istituzioni comuni.  

Se desideriamo salvare quello che di buono c’è nell’Unione europea dobbiamo rifondarla sulla base di valori e proposte politiche libere dal “pensiero unico europeista”. Per iniziare bisogna uscire dalla trappola lessicale/mediatica che etichetta come “anti-europei” tutti coloro i quali sono fortemente critici nei confronti dello status quo, non si riconoscono nell’agenda politica “verde/progressista” e vogliono cambiare l’UE. Se si ha l’onestà intellettuale di guardare il merito delle loro proposte, la sostanza delle loro argomentazioni, ci si renderà conto che sono loro i veri “Europeisti”.

A.G.

Ritardi e difficoltà nella campagna di vaccinazione nell’UE

Quando il 9 Novembre è stato annunciato il vaccino Pfizer and BioNTech la popolazione mondiale si è unita in un comune sospiro di sollievo, vedendo finalmente una via d’uscita da questa pandemia.

Nel Giugno 2020 la Commissone Europea ha annunciato la strategia UE sui vaccini che mirava a negoziare e concludere accordi di acquisto anticipato per i Paesi Europei. Con questa strategia l’UE aveva intenzione di portarsi avanti nelle negoziazioni e porsi come compratore unico per contrattare un prezzo fisso (migliore) per i vaccini da distributire nei vari Paesi Membri.

Il tutto, è stato fatto con l’intenzione di evitare ritardi.

Ma negli ultimi quattro mesi l’Unione Europea (UE) ha dovuto affrontare delle difficoltà importanti nella produzione, distribuzione e somministrazione dei vaccini. Purtroppo non tutto è andato come pianificato. Ad oggi si registrano ritardi importanti in tutti Paesi Membri dell’UE dovuti a problemi organizzativi per la campagna di vaccinazione e alla, a dir di molti inaspettata, carenza di vaccini.

Ma cosa è andato storto rispetto al piano previsto dall’UE?

La Commissione Europea ha firmato contratti con otto produttori per un totale di circa 2,6 miliardi di dosi.

BioNTech-Pfizer riuscirà a consegnare quanto promesso nonostante i ritardi dovuti alla catena di produzione. AstraZeneca invece ha annunciato che fornirà solo il 40% delle dosi promesse durante il primo trimestre. L’azienda ha giustificato questo enorme ritardo, puntando il dito contro la sua fabbrica in Belgio, la quale non sarebbe in grado di produrre le dosi del vaccino promesse.  

Dunque, aspettando l’approvazione dei vaccini Sanofi-GSK, Johnson & Johnson/Janssen Pharmaceuticals e CureVac (i quali dovrebbero portare oltre 1 miliardo di nuove dosi in Europa), l’UE sta cercando di far valere i propri contratti (in particolare quello con AstraZeneca) e riguadagnare terreno nella campagna di vaccinazioni (soprattutto con lo sviluppo di centri la vaccinazione a livello nazionale).  

Il caso AstraZeneca è sicuramente quello che ha fatto più clamore, con l’azienda che è stata incolpata di aver “favorito” il Regno Unito nella distribuzione del vaccino.

Secondo Politico, il contratto con la casa farmaceutica, siglato dal Regno Unito è più vantaggioso in quanto scritto secondo la legge Inglese. Quest’ultima giudicherà se entrambe le parti hanno consegnato la merce in base all’esatta formulazione del contratto. Il contratto dell’UE è scritto invece, secondo la legge belga, e si richiede che entrambe le parti facciano del loro meglio per consegnare la merce e agiscano in buona fede.  

Questo “piccolo” dettaglio ha dato al Regno Unito una maggiore influenza e ha garantito una maggiore efficiacia del suo contratto.

Per alcuni media, come France24, la campagna vaccini è diventata una buona pubblicità per la Brexit.

Il Regno Unito ha vaccinato oltre 10 milioni di persone raggiungendo il terzo tasso più alto dietro Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Inoltre sull’onda di questa favorevole campagna vaccinale, Boris Jonhnson ha annunciato un piano di quattro fasi che potrebbe aprire la strada alla riapertura graduale del Regno Unito entro l’estate.

Nel frattempo sembra che l’UE resti a guardare. Alcuni, come la presidente Von der Leyen, puntano il dito contro i Big Pharma e ammettono di essere stati, forse, troppo ottimisti nel programmare la campagna di vaccinazioni.

La realtà è che il COVID-19 è un banco di prova difficile che ha evidenziato alcune lacune importanti.

Ad esempio, la Commissione Europea si è dimostrata non pronta a negoziare questo tipo di contratti, che fino all’anno scorso erano di competenza degli Stati Membri, e non è riuscita a far valere il peso dei 27 Paesi durante le negoziazioni per i vaccini.

L’Europa ha bisogno di promuovere una politica di acquisto più “aggressiva” cercando di assicurarsi contratti più vantaggiosi con le altre case farmaceutiche che stanno sviluppando vaccini in Europa (ad esempio Reithera in Italia). Questo consentirebbe di consolidare la posizione degli Stati Membri in questa corsa ai vaccini.

I ritardi, le continue restrizioni e le incertezze legate al crescere dei contagiati preoccupano la popolazione europea aumentando, i dubbi su una struttura che ancora una volta, sembra essere meno agile e competitiva dei singoli Stati.

MdN